Martin Wolf: La Germania è un peso per il mondo

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Nel suo editoriale sul Financial Times Martin Wolf riprende le lamentele espresse dagli USA sulle politiche mercantiliste tedesche, osservando che la risposta stizzita di Berlino sta  a significare che gli USA hanno colpito nel segno: le critiche che ti fanno male sono quelle che in fondo sai essere giuste!…e svela i falsi miti su cui si basa la risposta tedesca.

In realtà, continua Wolf, il Tesoro Americano, seguito poi anche dal FMI, ha espresso  soltanto quello che i partner della Germania sanno benissimo ma non osano dire, e cioè che la Germania con la sua aggressiva politica orientata sulle esportazioni ha ostacolato il riequilibrio nei conti con l’estero dei paesi periferici, creando una grave deflazione nell’area euro, e anche in tutta l’economia mondiale. 
La risposta tedesca è che il surplus nei conti con l’estero indica solo che la Germania contribuisce significativamente alla crescita globale, non solo attraverso le esportazioni, ma anche attraverso le importazioni delle componenti dei prodotti finiti. 

Ma ecco i punti salienti del commento di Martin Wolf:
I surplus di esportazioni non testimoniano solamente la competitività tedesca, ma anche un eccesso di produzione rispetto alla spesa.  I paesi in surplus importano la domanda che non generano internamente.


Quando la domanda globale è sostenuta, questo non è necessariamente un problema, a patto che il denaro preso in prestito dai paesi in deficit venga investito in attività che possano poi servire il debito contratto. A dire il vero, questo non si verifica spesso, in parte perché i paesi in deficit vengono spinti dalla disponibilità di prodotti a basso prezzo dai paesi in surplus verso investimenti in attività non commerciabili, cosa che non contribuisce a ripagare i debiti internazionali. 
Ma nelle condizioni attuali, con i tassi di interesse ufficiali di breve termine vicini allo zero e una cronica carenza di domanda in tutto il mondo, l’importazione di domanda da parte dei paesi in surplus è una politica di “beggar-my-neighbour” (frega il tuo vicino, ndt): non fa che esasperare la debolezza dell’economia globale.


Non può quindi sorprendere che nel secondo trimestre del 2013 il PIL dell’eurozona fosse inferiore del 3,1% al suo precedente picco pre-crisi e inferiore dell’1,1% a quello di 2 anni prima. L’economia tedesca, così virtuosa e credibile, sta sottraendo domanda globale, non la sta sostenendo. Non sorprende nemmeno che l’eurozona stia scivolando in deflazione: l’ultima misurazione dell’inflazione annuale “core” (depurata dei prodotti volatili come gli energetici, ndt) era dello 0,8%. Poiché la domanda è così debole, l’inflazione potrebbe benissimo scendere ancora. Questo non solo rischia di trascinare l’eurozona in una trappola deflattiva in stile giapponese, ma impedisce i necessari riallineamenti di competitività  all’interno dell’eurozona. I paesi colpiti dalla crisi vengono costretti ad accettare una brutale deflazione. Questo rende inevitabile un livello di disoccupazione stratosferico. Inoltre, fa aumentare il peso reale del debito (vedere i grafici).


Le politiche attuate nell’eurozona sotto dettatura tedesca dovevano certamente portare a questi risultati, a causa dell’austerità applicata a tappeto che ha causato un’enorme distruzione della domanda. In un recente paper scritto per la Commissione Europea, Jan In ‘t Veld sostiene che la politica fiscale restrittiva ha imposto perdite di produzione cumulate equivalenti al 18% del PIL annuale in Grecia, 9,7% in Spagna, 9,1% in Francia, 8,4% in Irlanda e perfino dell’8,1% in Germania, tra il 2011 e il 2013. Inevitabilmente, è impossibile per la politica monetaria, espansiva quanto si voglia, compensare una cosa del genere. Prima della crisi, il meccanismo poteva funzionare aumentando il credito a quelli che poi sono divenuti i paesi colpiti dalla crisi – prima di tutti, la Spagna. Oggi, questa situazione si verifica nel contesto di un settore bancario debole, livelli di debito eccessivi nei paesi colpiti dalla crisi e un’avversione al prestito da parte dei paesi creditori. Il modo più probabile in cui una politica monetaria aggressiva potrebbe essere efficace sarebbe di deprezzare il tasso di cambio dell’euro. Se, per esempio, la BCE iniziasse un programma su larga scala di quantitative easing, comprando i bond dei paesi membri in proporzione alla loro partecipazione alla banca centrale, verosimilmente causerebbe un ribasso delle quotazioni dell’euro. Ma un passo del genere non farebbe che esacerbare la tendenza dell’eurozona, pilotata dall’influenza tedesca, a imporre un riaggiustamento a spese del resto del mondo.


Con i paesi vulnerabili che abbattono i loro deficit esteri, mentre i principali paesi creditori rimangono in surplus, l’eurozona sta generando enormi surplus esteri: il salto da deficit a surplus viene stimato dall’FMI nel 3,3% del PIL dell’eurozona tra il 2008 e il 2015. Considerata la mancanza di domanda nell’eurozona, il salto dovrebbe necessariamente essere ancora maggiore, se per lo meno si vuol dare la possibilità ai paesi vulnerabili di ridurre la disoccupazione. Ciò si traduce in una politica di “beggar-my-neighbour” nei confronti del resto del mondo. Gli americani hanno tutti i diritti di lamentarsene, proprio come altri, in passato, hanno avuto il diritto di lamentarsi della mancanza di regolamentazione negli USA.

Comunque, sarà impossibile per l’eurozona raggiungere la prosperità sulla base di una crescita trainata solo dalle esportazioni: è una zona economicamente troppo grande per poterlo fare. Un contemporaneo riequilibrio interno è necessario.

Finora, come dimostra il World Economic Outlook di ottobre dell’FMI, è stata la disoccupazione di massa che ha generato la competitività ed è stato il collasso della domanda interna a ridurre il deficit estero nei paesi colpiti dalla crisi. Perciò il successo dei riaggiustamenti non è che l’altra faccia della medaglia di un crollo dell’economia e di una disoccupazione dilagante.
 

Eppure, anche così, il FMI non prevede significative riduzioni nella posizione debitrice di questi paesi. La loro vulnerabilità proseguirà. Perciò, cosa sta succedendo, in poche parole? Le risposte sono: segnali striscianti di deflazione; disoccupazione di massa; insuccesso del riequilibrio interno ed eccessiva dipendenza dalla domanda estera. E tutto questo è considerato come accettabile, desiderabile, perfino eticamente giusto – anzi, un successo. Perché? La spiegazione consiste in una serie di falsi miti

  • la crisi sarebbe stata causata dall’irresponsabilità fiscale, non da un irresponsabile flusso di crediti tra paesi dell’eurozona; 
  • la politica fiscale non avrebbe alcuna influenza sulla domanda; 

 

  • gli acquisti di bond governativi da parte della banca centrale sarebbero un passo decisivo verso l’iperinflazione; 
  • i surplus esteri sarebbero causati dalla competitività di un paese, non dall’equilibrio tra l’offerta e una domanda insufficiente.


Questi miti non sono innocui – sia per l’eurozona che per il mondo intero. Al contrario, essi rischiano di intrappolare i paesi più deboli in una depressione semi-permanente o di portare, alla fine, a un crollo doloroso
dell’unione monetaria stessa. In ogni caso, il progetto europeo sarebbe stato foriero non di prosperità, ma di povertà; non di collaborazione, ma di dolore. Questa, quindi, è una storia tragica.”

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